WUNDERKAMMER
- alina rizzi

- 1 set 2022
- Tempo di lettura: 5 min
Mostra personale aprile 2022
Spazio Raverta- Canzo (CO)
col patrocinio del Comune di Canzo


Presentazione mostra di Alina Rizzi “WUNDERKAMMER”, Canzo 14 maggio, 2022 - Intervento di Annitta Di Mineo
Nella location della serra del Parco Berni di Canzo, inaugurata la mostra “WUNDERKAMMER” dell’artista Alina Rizzi. La mostra rivela una ricerca di un senso che sembra smarrito, uno studio per affermare la propria esistenza nonostante l’isolamento interiore, una visione del mondo per gridare la solitudine della donna. Una denuncia. La location non è stata una scelta casuale, dentro una serra, in “segregazione” vengono coltivati fiori e piante, così come una donna tra le quattro mura.
Partendo dalla dicitura di Friedrich Durrenmatt “Dipingo perché penso” Alina Rizzi con le sue opere che spaziano dalle “DONNE IN GABBIA”, installazione già ospitata a Como nello spazio The Art Company, alle sculture, dai dipinti in acrilico al collage, ci dona un complesso di pastiche artistiche con riferimenti stravaganti, angoscianti e anche affascinanti.
Quadri che disvelano e non svelano, uno spazio contingentato, sgombro di movimento, volti destinati a guardare con un solo occhio o addirittura senza, non una piena visuale, la donna non libera di vedere e di agire. Non a caso la Biennale di Venezia 2022 ha premiato Simone Leigh per la sua scultura - Busto di donna senza occhi, bendati.
Uno sguardo che non girovaga, uno sguardo fisso, ha un punto di riferimento? Forse.
Nuova risignificazione in cui il volto diventa messaggio, diventa parola, parola enunciata in un terreno d’azione nella mostra “WUNDERKAMMER di Alina Rizzi.
Volti con sguardi vuoti o pregni di oppressioni, di struggimento. Volti con un’espressione di sfida? Anche.
L’artista, in sguardi spenti che vorrebbero emergere, rimette in discussione le regole sociali, le politiche dominanti ed immagina una stanza, la stanza delle curiosità, un nuovo inizio per la donna, un originale e straordinario viaggio. Un viaggio che trasmette sentimento, speranza. Sperare in una realtà migliore colma di umanità e libertà. Quadri che ripercorrono il tempo dell’artista e le sue continue denunce, trovando sempre nuove spinte. I toni e i colori si accordano ad una voce di donna inascoltata. Le icone di questi volti femminili, protagoniste anonime, sembrano nature morte e si mostrano attirando il fruitore in un tempo indefinito. Colori cupi, con qualche pennellata dai colori cangianti e sfumati, si imprimono negli occhi del visitatore. La luce sembra timorosa, quasi nascondersi, che lo sguardo della donna non possa splendere. Un certo pathos domina, anche la voce non esce, le labbra quasi tutte chiuse, solo un bel tocco di rosso sprigiona energia. Voglia di parlare e di dire? Ogni donna deve scegliere se evitare la sofferenza o meno, non è facile. Una sofferenza interpretata con rispetto, oserei dire con orgoglio perché Alina Rizzi indaga sugli aspetti oscuri dell’anima, tra violenza e paura, mettendo in luce la paura che mangia l’anima quotidianamente. Una esistenza consumata dalla paura, e come dice Luigi Pirandello “la famiglia è una trappola”. Una trappola o un destino?
Ma si può tornare ad essere felici?
Una riflessione del ruolo sociale della donna nel nostro tempo è una costante nei lavori dell’artista che presenta un’identità archetipica di un ordine sociale patriarcale, maschilista. Alina Rizzi duella, non accetta l’infingimento, cerca la donna con la sua forza. C’è crudeltà che, senza dubbio, quest’epoca mostra sempre chiusa in se stessa, un mondo solipsistico, individualistico, egoistico, menefreghista: una società malata. Chissà.
Attraverso i suoi dipinti e installazioni lotta per far sì che questo mondo divenga un mondo migliore, e la vita degna di essere vissuta. Riesce a imporre uno sguardo di pietà, di benevolenza e di bellezza. Se il corpo ferito guarisce, l’anima no. La ferita anche cicatrizzata sotto continua a sanguinare. Allora non resta che seppellire il sentimento, le emozioni, il cuore, l’amore. Per preservare la vita la donna rinuncia alla vitalità. Questa è vita?
L’amore impedisce l’approvazione del corpo della donna da parte di un sistema. Un’arte distopica “L’amore non è permesso, essere donna non è permesso”. Il corpo della donna è importante perché procrea. E’ Madre Natura, è Madre Terra. Il destino dell’umanità è nel suo utero, ed è per questo che rimane una preda ambita, fino a quando il suo utero non verrà sostituito da una macchina, ciò visto solamente in cinematografia (Matrix).
Una scultura in particolare “Lucy” è terrificante, la testa della donna è un teschio ma sul suo ventre gravido c’è un punto luce, l’onphalos. La vita che porta in grembo illumina, emana vivezza
Quindi bisogna aprire l’altro occhio, guardare nella camera delle proprie curiosità interiori e fare ritorno alla vitalità.
Alina Rizzi con la sua battaglia si rivolge a tutti noi per NON cancellare la dignità di essere donna, anzi confermarla; la mostra è un grido di dolore verso l’estraneità al dolore della donna. Riflettiamo!!!




WUNDERKAMMER, le camere delle sorprese di Alina Rizzi
Intervista di Giuliana Panzeri per il Giornale di Erba
Quale sorprese riserva la Wunderkammer del titolo?
Ho da sempre una grande passione per le classiche Wunderkammer dell’Ottocento. Più che camere delle meraviglie le considero camere delle sorprese e delle bizzarrie. Mi è sembrato un titolo adatto alle mie donne in gabbia, ai volti femminili con un occhio solo, ai personaggi “sghembi” che amo rappresentare. So che le persone rimangono stupite dai miei lavori, a volte disturbate, ma non mi dispiace. Credo che l’arte serva a suscitare emozioni e a suggerire pensieri alternativi, qualunque essi siano.
La dimensione artistica non ha minor peso di quella letteraria nel tuo profilo, anzi sembra acquisire sempre maggior spessore: ci racconti qualcosa dei linguaggi che vai sperimentando o consolidando?
Per la verità sono molti anni che affianco l’attività artistica a quella letteraria, ma la prima è rimasta da parte, personale, un po’ reclusa. La prima piccola mostra personale a Como è del 2006, ma poi ho pensato che era troppo difficoltoso evidenziare entrambi i miei mezzi espressivi pubblicamente. Ho continuato con la scrittura, quasi per non intralciare il percorso che stavo compiendo, lavorando sempre alle mie opere nell’ombra. Ho dovuto fare uno sforzo, e incontrare persone interessate al mio lavoro, per autorizzarmi a renderlo pubblico. Oggi credo di aver fatto la scelta giusta.
Qual è il tuo rapporto con il pubblico con cui entri in contatto attraverso le tue espressioni?
Di grande soddisfazione. Non c’è come il riconoscimento e l’apprezzamento empatico delle persone che incontrano il tuo lavoro, a darti fiducia e forza nel tuo progetto personale. Non è così importante, per me, avere riscontri ”altolocati”: cerco un dialogo con l’altro indipendentemente da chi sia. Questo vale sia per i lavori letterari che artistici. Ricordo che quando avevo trent’anni mi sentivo spesso trascurata perché troppo giovane e lo spazio era per persone con più esperienza e lavoro alle spalle. Oggi, l’attenzione si è spostata sui giovanissimi, come interpreti di idee più innovative. Sembra che io sia sempre fuori tempo, ma al momento non è più una preoccupazione. Credo che la forza di coltivare il proprio progetto sia più importante delle mode e delle esigenze di mercato. Si fa arte per necessità interiore e per testimonianza, non per i premi e le vendite. Se vengono va bene, se non vengono si va avanti comunque.
Vuoi fare il punto con noi sulle più recenti tue opere letterarie e artistiche e sui temi che ti premono maggiormente in questo omento?
I miei temi, con qualunque mezzo espressi, letterari e non, riguardano sempre la libertà delle donne. Offro la testimonianza, reinterpretata dalla mia personale sensibilità ed esperienza, delle limitazioni che le donne, comprese letterate e artiste, hanno subito in passato o più recentemente. Ripropongo il cammino intrapreso, recente e incredibilmente impervio, per trovare una via d’uscita dal patriarcato. Qualcuna ce l’ha fatta, la maggior parte no. In alcune parti del mondo ci sono stati dei miglioramenti per le donne, pagati spesso ad un prezzo molto alto, troppo alto, ma in altre parti del mondo non si è mosso quasi niente. Anzi, noto un arretramento: alcune conquiste degli ultimi cinquant’anni (un tempo irrisorio paragonato alla storia) che credevamo di poter dare per scontate sono oggi a rischio. Anche nei testi racconto spesso la disillusione e la solitudine delle donne. La lotta estenuante per poter dire “io” senza sentirsi colpevolizzate. E’ un cammino lungo e ancora lontano dal traguardo, ma che non possiamo assolutamente abbandonare. La mia testimonianza è solo un granello nella sabbia, ne sono consapevole, ma almeno è una mia scelta.






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