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DONNE IN GABBIA

  • Immagine del redattore: alina rizzi
    alina rizzi
  • 1 set 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

Mostra personale

Marzo 2022

Como Art Gallery - Como









ALINA RIZZI

DONNE IN GABBIA

di Marco Ercolani*


Non è infrequente che i bengalini, piccoli uccelli africani dai colori vivaci, vengano tenuti in gabbia solo per ornamento. Ma questo non è il caso di Alina Rizzi. Le gabbie, che l’artista espone nella sua mostra Donne in gabbia, non sono né decorative né ornamentali: portano tutte lo stigma della prigionia, della repressione, del dolore femminile. Non possiamo chiamare queste gabbie “sculture” o “pitture”: sono “oggetti” (non “objets trouvés”), al contrario oggetti non casuali, cercati perché diventino testimoni del dolore che esclude creature fragili dalla libera aria del mondo. Alcuni dei nomi usati da Alina per queste scene di prigionia sono significativi: Miss Universo, Scatola dei sogni, Lettere da Camille, La giovane Emily, Bambola, Afghanistan 2021, La moglie di Barbablu, Le stanze di alabastro, Ultima spiaggia, Questo non è un presepe, Elephant wooman, Madre terra, Scarpe rosse. Esemplari alcune didascalie dell’artista alle sue “gabbie” di artiste, alle sue struggenti e straziate microscenografie. Due quelle dedicate ad Emily Dickinson. La prima: «Considerata la poetessa dei fiori e delle api, a torto, perché fu una donna capace di grandi passioni, ma segrete, come voleva l’epoca. La sua stanza era la sua gabbia, non viaggiò mai. Qui si vedono libri e i suoi testi, ovviamente, le sue poesie, qui trascritte a mano in un piccolo quadernino di pelle. Appeso in alto un vestito di carta bianca, quell’abito che lei decise di indossare quando si recluse definitivamente nella sua camera fino alla morte». La seconda: «Un’antica gabbia di legno dedicata ad Emily Dickinson, quando già aveva deciso di portare per sempre un abito bianco e di scrivere le sue poesie in quaderni rossi rilegati da lei stessa, come quello che tiene accanto, con i suoi versi manoscritti. Nella parte che scorre sotto la sua testa il cassettino contiene carta antica con altre sue poesie manoscritte. Attorno a lei, le ossa (vere) fanno pensare a una sepoltura. Emily ha raggiunto le famose “stanze di alabastro” e ancora si guarda attorno incuriosita, con gli occhi ben aperti».

Artista, scrittrice, poeta, Alina Rizzi persegue, in ogni forma espressiva, la sua utopia di libertà che, come è naturale, proviene da traumi interiori. Ma l’impulso a svincolarsi dalle catene non è mai così evidente come quando ci si percepisce prigionieri. Alina mette in scena i suoi fantasmi, e con i suoi quelli del genere femminile che subisce violenze, con strumenti semplici ed essenziali: valore, questo, indispensabile all’arte in ogni tempo. L’artista torna bambina, assembla le sue bambole addolorate, rappresenta l’universo che la imprigiona, cerca un’ascesi, una trasfigurazione, una rinascita. Non è solo un caso che uno degli “oggetti-gabbia” abbia come titolo Lettere da Camille. «Dedicata a Camille Claudel, la scultrice chiusa in manicomio contro la sua volontà, che scrisse un diario e tantissime lettere alla famiglia, perché la liberassero. Non era pazza ma una donna “pericolosa”, artista, con un amante come Rodin che l’aveva lasciata. Una donna così, artista e appassionata andava ingabbiata, allora e forse anche oggi. Nella casa/gabbia ci sono appesi fogli che riportano manoscritte le lettere che Camille scrisse chiedendo di essere liberata».

Alina non ci vuole commuovere o stupire: intende gridarci i soprusi commessi dal mondo contro donne inermi o folli, che volevano vivere libere contro le regole imposte da una società iniqua, e lo fa con la scenografia di piccole prigioni dove raccoglie sia simboli di tortura che segnali di salvezza. Per Scarpe rosse così commenta: «Questa gabbia rappresenta il tentativo di bloccare la violenza sulle donne. Contiene due scarpe rosse coi tacchi alti che escono dalla gabbia, e sono riempite di spighe: perché le donne portano con sé creatività e fecondità. Sul fondo della gabbia un prato fatto di foglie e fiori autentici essiccati, rappresentanti quello che merita ogni donna: di poter camminare liberamente dove vuole, con un bellissimo paio di scarpe rosse ai piedi, senza essere in alcun modo molestata da un maschio». Qui, come in altre occasioni, ciò che scaturisce dalla coreografia di queste gabbie è un potente desiderio di danza, un sortilegio di libertà, il sogno segreto che il mondo possa ancora mutare.


· MARCO ERCOLANI (Genova, 1954) è psichiatra e scrittore. Ha pubblicato numerosi libri di narrativa e saggistica, tra questi ultimi, molti dedicati ad artisti e alla critica dell’outsider art.




 
 
 

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